Il dibattito sul referendum costituzionale del 4 dicembre, che si è svolto venerdì 7 ottobre al Palazzo Ducale per iniziativa della Comunità di San Benedetto e del Comitato per lo Stato di diritto, con l’introduzione dell’avvocato Vincenzo Paolillo, la partecipazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando per il SÌ, del presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick per il NO e l’intelligente regia di Alessandro Cassinis per “Il Secolo XIX”, è stato interessante per più motivi. Ne vorrei indicare almeno uno, che mi ha particolarmente colpito, e cioè l’impostazione strettamente tecnica che il rappresentante del NO ha dato ai suoi interventi, ad esempio con critiche minute attinenti alla ripartizione delle materie e dei procedimenti legislativi prefigurata nel prolisso art. 70 della legge di riforma costituzionale.
È così accaduto che Flick, a causa dell’impostazione politicamente acefala che ha seguito, non solo si è trovato costantemente a rimorchio del ministro Orlando e della sua apologia della semplificazione e dell’accelerazione dell’attività di governo attraverso l’eliminazione del bicameralismo perfetto, ma ha anche omesso di porre in risalto la sostanza della posta che è al centro del referendum, vale a dire l’attribuzione di maggiori poteri al Presidente del Consiglio attraverso il controllo della maggioranza del parlamento, del governo e degli organi di garanzia costituzionale (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura). Né avrebbe potuto farlo, avendo teorizzato autolesionisticamente la netta separazione tra la legge elettorale, il cosiddetto Italicum con il suo sproporzionato premio di maggioranza, e la riforma del Senato, che invece sono del tutto complementari avendo lo stesso scopo: far passare un progetto di forma-Stato bonapartista con tratti esplicitamente fascisti, come ha giustamente affermato nel suo intervento introduttivo l’avvocato Paolillo suscitando le proteste di una parte del pubblico.
In realtà, se si guarda all’essenziale, e cioè al progetto efficientista ed autoritario di forma-Stato che è sotteso alla riforma del Senato, così vivamente sostenuto e caldeggiato dai poteri forti interni ed internazionali che, dalla Confindustria all’Unione Europea e ad importanti esponenti dell’amministrazione degli Stati Uniti, hanno preso posizione a favore di questa riforma costituzionale, non può sfuggire che essa non risulta dissimile dall’opera di quei “selvaggi della Louisiana”, evocati da Montesquieu nello “Spirito delle leggi”, i quali, per cogliere dall’albero il frutto del dispotismo, non esitavano ad abbatterne il tronco.
Circolo Culturale Proletario di Genova
Ottobre 2016